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[…] Il flop delle zone industriali
Cosa resta, oggi, delle 20 nuove aree industriali volute a costi stratosferici dopo quel sisma visto come un grande affare, al punto che i comuni “terremotati” da 36 salirono in poco tempo addirittura a 687? Cosa resta di quella corsa ai soldi che vide il sindaco di Grottolella, escluso dalla lista perché il sisma non aveva fatto cadere dai tetti neanche un coppo, far causa al Tar per avere lui pure le provvidenze da terremotato?
Risponde il rapporto 2011 dell’Osservatorio permanente sul doposisma, diretto dal salernitano Antonello Caporale, dal titolo “La fabbrica del terremoto. Come i soldi affamano il Sud”. E accusa: “Gli interventi in Irpinia e nelle zone limitrofe furono massicci in termini di risorse economiche mobilitate, ma incisero pochissimo sul tessuto sociale ed economico dell’area. […] In definitiva, gran parte degli interventi del governo centrale furono fatti con un occhio più alla propaganda politica che a una reale incisività sullo sviluppo della zona, con il risultato che lo stato fece un grosso sacrificio per ottenere risultati molto scarsi”.
“Quanto” SCARSI? La risposta è nel rapporto curato da Teresa Caruso, Lucia Lorenzoni, Pietro Simonetti, Stefano Ventura e Nicola Zambi su dati Bankitalia e Investisud: nelle 20 aree industriali erano previste 255 aziende e 13.805 dipendenti che avrebbero dovuto a loro volta far sbocciare altre fabbriche e altri dipendenti. Nella realtà, trent’anni dopo, le fabbriche ancora aperte nel luglio 2011 erano 168 e gli addetti 6804, cioè meno della metà del previsto. Ma questo in generale.
Se a Morra De Sanctis o Porrara le cose sono andate meglio che nelle più rosee speranze, qua e là le dimensioni del fallimento sono catastrofiche. In provincia di Potenza 1846 addetti su 6062 previsti: meno di un terzo. A Valle di Vitalba 256 su 945. A tito 411 su 1091. A Calitri 193 su 766. A melfi 121 su 990. “Ma sono numeri ufficiali forniti dalle Asi, le aziende di sviluppo industriale, che hanno tutto l’interesse a fare apparire le realtà più vitali,” spiega Stefano Ventura che dell’Osservatorio è uno degli animatori. “In realtà molte industrie sono “quasi chiuse” e tanti dipendenti in cassa integrazione o in mobilità.” Per non dire di Nerico: posti di lavoro previsti 344, occupati fissi nell’autunno 2013 solo 18.
Spiega il sito “Investisud.it” che l’area è “in territorio pianeggiante e completamente infrastrutturata” e che ha “un’estensione complessiva di 176.000 m2” ed è “comodamente accessibile dalla strada statale 7 (Ofantina Bis)” e che “la viabilità interna è ottima” e che “la depurazione dei reflui, sia industriali che civili, avviene mediante due efficientissimi impianti, collocati all’interno dell’area” e sono assicurati pure “pulizia e manutenzione ordinaria, con frequenza mensile di strade, parcheggi e opere a verde; verifiche, controllo e manutenzione ordinaria dell’impianto di pubblica illuminazione, con frequenza quindicinale; raccolta e smaltimento Rsau depositati nei cassonetti stradali, con frequenza quindicinale”… Macché: non ci investe nessuno.
Certo, alcuni tentativi hanno avuto successo. Oltre a quelli che racconteremo nel capitolo finale sul Mezzogiorno che funziona, va ricordata almeno la Ferrero di Balvano, in provincia di Potenza. Quando fu costruita la fabbrica, a mille metri di altezza, con costi da brivido, la cosa finì alla commissione parlamentare presieduta da Scalfato davanti al quale il sindaco del paese spiegò che l’area era stata piazzata là “perché ce l’ha chiesto la Ferrero, dice che lassù le merendine lievitano meglio”.
Trent’anni dopo, lo stesso Osservatorio d° atto all’impresa piemontese di aver mantenuto i patti: “Tre delle sei aziende previste sul territorio di Balvano non hanno mai aperto o poco dopo hanno chiuso. Dei 450 addetti, oltre l’85 per cento sono occupati presso la Ferrero. E di tutte le aziende delle 20 aree industriali realizzate con i soldi della 219 solo l’azienda di Alba ha raddoppiato gli addetti previsti”.
Per il resto, di quella stagione del dopo terremoto che secondo Paolo Cirino Pomicino vide arrivare al Sud “più soldi che in cento anni di unità d’Italia”, Dio ci scampi. Troppe incursioni settentrionali interessate solo al saccheggio di contributi, come dimostra in Leghisti e sudisti Isaia Sales, denunciando industriali padani che usufruirono delle sovvenzioni solo “al fine di traferire meramente impianti produttivi localizzati altrove” o addirittura per portare a casa “nelle aree di provenienza macchinari e attrezzature finanziati per lo sviluppo delle aree danneggiate”.
Troppi soldi alla camorra, come accusò l’alto commissario per la lotta contro la mafia Domenico sica, alla fine degli anni ottanta, citando, come esempio, il caso di Bitum Beton il cui ingresso nel mercato “avvenne in concomitanza con l’inizio delle opere di ricostruzione e produsse un effetto dirompente” coinvolgendo perfino il colosso Cmc della Lega delle cooperative.
Troppi deragliamenti dei pubblici denari dall’Appennino irpino-lucano all’area partenopea, come denunciò lo stesso De Mita: “Tutti parlano sempre dell’Irpinia ma lo scandalo è na-po-le-ta-no. […] La verità dell’Irpinia, dove il terremoto c’è stato, ha avuto 3000 morti e 6000 miliardi per ricostruire le case. Il resto è andato a Napoli, dove il terremoto non c’era stato, per scopi che nulla avevano a che vedere con la ricostruzione”.
Un’accusa confermata in un’intervista al “Corriere” dal generale Carlo Jean, paracadutato come coordinatore dei soccorsi dopo una sfuriata di Sandro Pertini contro i ritardi: “Lì a Napoli era successa una cosa spaventosa. Il 7 dicembre 1980 il sindaco Maurizio Valenzi aveva dichiarato 350.000 terremotati. Erano più di quelli del cratere. Ogni giorno gli architetti comunali “producevano” 15-00 senzatetto. Zamberletti ci incaricò allora di fare un nucleo speciale di verifica. Scendemmo in un centinaio. Molti erano architetti del Nord. Ci accusarono di essere i nuovi colonizzatori piemontesi. Dopo qualche giorno di ispezioni fatte sotto la protezione dei carabinieri il ritmo dei senzatetto scese molto. Il 17 dicembre il sindaco disse che i terremotati erano 40.000”.
Risultato finale? Oggi, secondo l’Osservatorio, le aree industriali “appaiono per lo più desolate, deserte, lasciate morire per inedia”. Il tutto dopo aver inferto al territorio ferite profonde. Tanto da indurre già allora il presidente del Wwf, Fulco Pratesi, ad appellarsi al Quirinale: “Nuovi crateri vanno aprendosi ancora oggi nelle aree del terremoto del 1980, ma non si tratta di fenomeni sismici…Centinaia di ettari di terreno ruspato; fiumi come il Sele e l’Ofanto aggrediti fin sulle rive: lo stupendo paesaggio della Campania interna devastato…”.
E non imparano mai niente, niente, niente. È questo che fa montare il sangue alla testa: gli “occasionisti” sempre pronti a buttarsi sul terremoto successivo non imparano mai niente. Sepolti i morti, pace all’anima loro, ogni scossa è occasione di fare affari, affari, affari. Come è tornato a succedere in Abruzzo […]
Pag. 103 – 106
[…] Miracolo sul Tanagro
Non basta essere dei gran lavoratori per restare al Sud. Ci vuole creatività. Spirito di iniziativa. Capacità di saper cogliere un’occasione. Come per esempio quella colta dai ragazzi protagonisti dell’avventura eco-culturale nella Valle del Tanagro, tra la provincia di Salerno e la Basilicata. Siamo nel cratere del terremoto del 1980. Una quarantina di chilometri a sud di Eboli. Una terra di grande povertà e sorprendente bellezza, destinata, negli stereotipi di chi vede il Mezzogiorno come un paradiso perduto, a vivacchiare di sussidi pubblici.
La natura ha però regalato alla gente del posto un dedalo di grotte meravigliose che si estende per chilometri. Per anni le aveva gestite un commissario. I comuni di Pertosa e Auletta, 714 e 2440 abitanti, divisi da due chilometri, si azzuffavano come galli sulla proprietà e quel patrimonio naturale annaspava nel disinteresse, ma chi spartisce gioisce, dice l’antico adagio. È bastato porre fine alla battaglia delle carte bollate e affidare la gestione a una fondazione dentro i due comuni per scoprire un piccolo tesoro.
Le grotte di Pertosa-Auletta, affidate a un gruppo di giovani, vengono oggi visitate da 70.000 persone l’anno. Duecento di media al giorno. Sei volte di più, dice la banca dati del Ministero dei Beni culturali, dei visitatori paganti (11.989) che nel 2012 sono entrati in tutti i musei e tutti i siti archeologici della Calabria messi insieme. Il triplo dei 24.145 turisti entrati dopo aver pagato il biglietto nella famosa Certosa di Padula, che è a un tiro di schioppo.
Per dare un’idea di cosa significhi per l’area, basti un dato: il fatturato delle grotte si aggira intorno ai 6000.000 euro, cifra pari per dimensioni a quasi tutta l’Irpef (circa 700.000 euro) pagata allo stato dagli abitanti di Pertosa. Superiore di ben 35 volte all’incasso 2012 di tutti i beni culturali statali del Molise. E circa 7 volte maggiore rispetto agli introiti (87.0000 euro) della Certosa di Padula, che ha il doppio degli addetti.
E questo è il bello: i 17 posti di lavoro di Pertosa-Auletta non sono posti incerti calati dall’alto. Sono posti di lavoro veri. Non assistiti. Che rispetto alla popolazione dei paesi valgono quanto un’impresa da 1400 dipendenti a Verona o da 17.000 a Milano e dintorni.
E così sono veri i posti di lavoro che si sono procurati per due mesi l’anno due giovani che gestiscono il via vai degli appassionati di rafting sul fiume Tanagro: nel 2012 ne sono arrivati 3000 e ciascuno ha pagato 35 euro. Totale, oltre centomila euro. E sono veri (e giovani) i 40 produttori del carciofo bianco di Pertosa, una specie alimentare che rischiava l’estinzione e che ora è un presidio Slow Food, e dai cui scarti vengono estratte anche tinture naturali. Come sono veri tutti quei bed & breakfast puntati un po’ dappertutto. E veri i maneggi, veri i negozi specializzati in attrezzi per speleologia…
Una piccola ma importante rinascita innescata dallo spirito di iniziativa. Quello del giornalista Antonello Caporale, che si mise in testa di creare a Pertosa l’Osservatorio permanente sul doposisma. O del sindaco un po’ visionario Franco D’Orilia, che oggi è presidente dell’Associazione delle grotte turistiche italiane e non ci stava ad affogare nel vittimismo. Men che meno a piangere per l’eternità sulla sciatteria di chi aveva costruito per i turisti, coni soldi della Cassa del Mezzogiorno, un gran parcheggio inutilizzabile a due piani: troppi bassi per i pullman. Chi li aveva i soldi per abbatterlo e rifarlo? È diventato un piccolo museo e sede di quell’Osservatorio che produce studi e ricerche. E intorno alla Fondazione, presieduta dal sindaco, ha preso corpo una piccola speranza. Vi chiederete: e come mai la cattiva politica non ci ha messo le mani sopra? “Abbiamo fatto inserire nello statuto che le cariche nella Fondazione venivano rigorosamente ricoperte a titolo gratuito,” ride D’Orilia.
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