Dicono di noi
Le citazioni più interessanti che ha ricevuto la Fondazione MIdA su libri, riviste di settore e siti web.

Nel Cilento spopolato si riparte da una grotta
“La forza generativa di un bene” Di un bene culturale […] E in effetti un germe infilato nella fessura di un pilastro che va perdendo il suo intonaco mi pare di scorgerlo a Pertosa, non in un edifico carico di storia, ma in un parcheggio a due piani, poco distante dalle Grotte dell’Angelo, retto da possenti colonne bianche sormontate da un disco che simula un capitello dorico. Il parcheggio serviva per ospitare le macchine e i pullman di chi avrebbe voluto visitare le grotte, un fantastico percorso speleologico aperto ai piedi dei monti Alburni, nel Cilento, una settantina di chilometri a sud di Salerno. […] Il parcheggio non ha praticamente mai funzionato. Almeno al piano di sotto. Qui non ricordano bene se sia stato costruito prima o dopo il terremoto del novembre 1980. A me sembra un’opera esemplare di quella stagione enfaticamente denominata “ricostruzione”, perché ne ha i caratteri del dissennato gigantismo. Ma potrei sbagliarmi. E in fondo non ha importanza collocarlo o meno fra gli sperperi di quegli anni. Basta ricordare che, forse per un difetto di progettazione, se al piano di sopra, al quale si accedeva direttamente dalla strada, erano parcheggiate tante macchine, al piano di sotto non riuscivano ad arrivare i pullman. Tenuto vuoto per alcune decine di anni, il piano interrato ora accoglie un Museo del Suolo, il primo del suo genere in Italia, e mi pare che l’essere collocato sotto il calpestio garantisca un punto d’osservazione scientificamente privilegiato a un museo di questo tipo, così didattico e interattivo. Poco più in là, sempre dove avrebbero dovuto parcheggiarsi i pullman, c’é la sede di un’associazione che organizza rafting nelle anse turbinose del fiume Tanagro e il free climbing sulle pareti che lo fiancheggiano. A Pertosa sono arrivato insieme a Antonio Di Gennaro, agronomo, rigoroso investigatore delle terre campane, e a Gabriella Corona, ricercatrice del Cnr, condirettrice della rivista “Meridiana”, studiosa di storia dei paesaggi meridionali, all’incrocio fra natura, vicende antropiche e sociali. Lasciata l’autostrada Salerno – Reggio, ci siamo inabissati lungo i tornanti della gloriosa Statale 19, la strada delle Calabrie, fino a non molto tempo fa l’unico tortuoso budello per raggiungere la punta dello stivale. Pochi, ripidi chilometri, percorsi con cautela in mezzo a una vegetazione che questa estate piovosa ha reso rigogliosa e tenace e che, mi spiega Antonio Di Gennaro, segna il passaggio dai caratteri mediterranei a quelli appenninici, contenendoli entrambi […] Antonio mi racconta anche lo spopolamento di questo e di altri lembi cilentani, che lui frequenta rintracciando con pazienza e ostinazione le persone che invece non se ne vanno o tornano o, addirittura, approdano. […] E Pertosa? “Pertosa non fa eccezione. Ora gli abitanti sono introno ai 600. Fra i seicento abitanti c’è Francesco D’Orilia, veterinario, classe 1959, capelli bianchi, occhi chiari, viso rotondo. […] Ma Francesco rimase a Napoli, si laureò, iniziò la sua carriera e si sposò. Nel 1996, però, da Pertosa, arrivò a Francesco un invito pressante: candidarsi a sindaco. Rispondere sì implicava tante conseguenze. […] Da Pertosa si andava via, per studiare, per lavorare e, tanto più dopo il terremoto, era difficile compiere il cammino inverso, se non d’estate, per un paio di settimane, quando dal Nord o dall’estero o anche da Napoli si tornava e ci si incontrava in piazza, mescolando allegrie e tristezze. Un’altra conseguenza Francesco voleva quasi provocatoriamente produrla, sfidando persino un’antica bega di campanile che, lo avvisarono i suoi compagni, era ben più tenace delle divisioni politiche. […] Infine narra come nacque la fondazione MIdA […] La fondazione MIdA vide la luce nel 2004, un anno prima che D’Orilia lasciasse la carica di sindaco, promossa dai due comuni riappacificati, Pertosa e Auletta, dalla Regione Campania e dalla Provincia di Salerno. Non so quanto c’entri il re della Frigia, al quale Dioniso conferì il potere di trasformare in oro tutto quel che toccava. Ma qualcosa mi pare abbiano in comune la mitologia e quest’avventura, che però prese a decollare solo alcuni anni dopo, quando D’Orilia ne assunse la presidenza. MIdA è un acronimo per Museo integrato dell’ambiente. La parola “museo” non dice tutto, anzi non rende precisamente l’idea. La fondazione gestisce la grotta, un museo di speleo-archeologia. ospitato nella piazza di Pertosa in un ardito edificio postmoderno, e il Museo del Suolo. “Noi non siamo superficiali”, c’è scritto sul retro delle magliette rosse indossate dai dipendenti della fondazione, quattordici a tempo pieno, sette part-time. Accanto, intrecciate ai beni culturali, fioriscono altre iniziative della fondazione: la conoscenza, le indagini sulla storia del territorio cilentano, sul formarsi del paesaggio e degli insediamenti in quest’area intorno al fiume Tanagro; poi il sostegno e la promozione di attività produttive, agricole in primo luogo, ma non solo; quindi una fiorente attività di editoria. D’Orilia colloca l’origine di queste iniziative nell’elaborazione del trauma che qui ha prodotto il terremoto del 1980. […] Nacque finanziato dal MIdA, un osservatorio permanente che ora custodisce studi, documentazione e analisi sui disastri, si propone anche dome “sismografo sociale” e bandisce borse di ricerca (presidente ne è stato fino a qualche tempo fa, il giornalista Antonello Caporale, ora l’osservatorio è guidato da Stefano Ventura). Poi al Museo del Suolo un’installazione multimediale racconta, come fosse un notiziario tv, i grandi sismi della storia. Fra i dipendenti a tempo pieno della fondazione c’è Pierino Di Blasio. Ci aspetta all’ingresso della grotta e ci guida su un barcone che solca il sotterraneo fiume Negro. Lo manovra tenendosi con le mani a un cavo metallico che corre lungo tutto il percorso acquatico. Pur avendo solo la licenza media, Pierino ha seguito corsi di speleologia, ragiona di concrezioni antiche e di concrezioni attive, dei canali anastomosati che indicano il livello dell’acqua raggiunto durante le piene, di vaschette, di pisoliti e di stalagmiti turrite. È esperto poi di civiltà palafitticole: visitabile dal 1932, la grotta, racconta Pierino, aveva rilievo speleologico e turistico e solo negli ultimi anni si è messo in evidenza l’aspetto archeologico, recuperando, proseguendo e valorizzando gli scavi condotti a fine Ottocento, ma rimasti praticamente sconosciuti, che avevano portato alla luce reperti risalenti alla seconda metà del II millennio a.C. – un complesso di palafitte, appunto. Essa fu luogo di culto, prima pagano poi cristiano, e quindi fu intitolata a san Michele Arcangelo, santo tuttora celebrato dalla grande folle che accorre il lunedì di Pasqua. […] La fondazione MIdA ha un comitato scientifico presieduto da Mariana Amato, che insegna Agraria all’Università della Basilicata. Intorno alla grotta ruotano tante iniziative, come intorno alla Basilica di Santa Maria della Sanità. Intanto i due musei. Quello del suolo ha beneficiato della consulenza di Antonio Di Gennaro, Francesco Innamorato e Fabio Terribile, ed è stato allestito dall’architetto Fabrizio Mangoni, che ha curato gli apparati multimediali. Ma la visita non è affidata solo a diavolerie interattive. I ragazzi, soprattutto, possono toccare con le mani quattro campioni di suolo prelevati dalla superficie fino a scendere in profondità per almeno un paio di metri. Sembrano quattro piloni fatti a strati e attaccati a una parete. […] Sono come dei libri aperti che raccontano le diverse fasi di una storia millenaria che ha depositato lì le sue tracce geologiche, fino ai periodi più recenti, quelli in cui il suolo viene relegato alla sola funzione di supportare qualcos’altro, neutrale, anonima piattaforma. Il pavimento sul quale ci muoviamo. E invece il museo racconta (uso le parole di Antonio Di Gennaro) “che sotto i nostri piedi, nei diversi strati del suolo, nella sua porosità, nelle sue complesse interfacce biochimiche, si compiono i fondamentali processi dai quali dipende il funzionamento dell’intero ecosistema”. Il suolo che dà vita a questo paesaggio, ma che la sera di domenica 23 novembre 1980 ondulò, si sollevò e poi si riabbassò, è la “pelle della terra”, la “scatola nera”, il “registratore” in cui “rimangono impressi l’intera evoluzione dell’ecosistema visibile e i grandi eventi naturali che hanno condizionato la sua storia”. Anche qui nel Cilento, come nella Sanità, si ragiona mettendo il sopra in relazione con il sotto, e il sotto ha una vitalità che non resta confinata oltre la suola delle scarpe. Il racconto del suolo rianima il Cilento in via di abbandono, area interna e luogo di margine esemplare, inocula una sensazione primordiale e, con la grotta, riporta il discorso all’origine di tutto, come se lì si trovassero gli appigli per ripartire. La grotta è un luogo materno, protetto, un ventre capiente e salutare e ha la forza generativa. È luogo di studio, prototipo di un ambiente che necessita di cura, di manutenzione minuta. Ospita visitatori, spettacoli teatrali e musicali. Custodisce zone inaccessibili, come quella destinata al ricovero dei pipistrelli, preservandoli dall’estinzione. Il suolo di Pertosa, poi, è quello in cui prospera il carciofo bianco. Sono sessanta gli ettari in cui lo si coltiva, mi dice D’Orilia addentando finalmente la scamorza. Appartengono ai comuni di Pertosa e Auletta e poi di Caggiano e Salvitelle. E basta. In nessun altro luogo del pianeta, fra aprile e maggio spunta questo frutto rotondo, verde chiaro tendente all’argento con pallide venature rosse, senza spine e con foglie tenerissime. Si mangia fresco oppure si conserva in olio extravergine – altro prodotto d’eccellenza di questi luoghi, con le antiche piante che convivono con i carciofeti. Il carciofo bianco è un presidio Slow Food dal 2203, prodotto da una trentina di piccole e piccolissime aziende, ora riunite in un consorzio, e nelle quali lavorano diversi giovani agricoltori. La fondazione e D’Orilia – questi quando era ancora sindaco – hanno collocato il carciofo bianco in un trittico che sale dalla grotta, attraversa il suolo e sfocia, appunto, in questo frutto carnoso. Sostengono i produttori, ne diffondono la fama, lo promuovono nelle fiere e lo fanno assurgere a simbolo. E poi lo danno da studiare, perché il carciofo bianco non è solo commestibile. Un’équipe guidata da Enrica De Falco, che insegna Colture officinali al Dipartimento di Farmacia dell’Università di Salerno, insieme all’associazione I colori del Mediterraneo, ha condotto una ricerca per estrarre dal carciofo coloranti vegetali da usare in diversi settori, dal tessile all’edilizia, sostituendo quelli di sintesi. Ne sono venuti fuori tre colori: l’oro MIdA, il Terra d’Auletta e il verde Pertosa. A cura della fondazione si svolgono corsi per appropriarsi delle tecniche di produzione del colore, concepiti come attrattori o anche solo come antidoto all’esodo. Al Museo del Suolo un’intera sala è destinata all’esposizione di erbari storici e moderni, legni, piante spontanee e antiche varietà di specie agrarie di questo territorio. Spicca la collezione di ventisette varietà di fagiolo, curata da Nicola Di Novella. L’esposizione svolge un’azione specifica per rafforzare l’identità del territorio e le si affiancano un lavoro con le scuole, i corsi di formazione, la promozione dei prodotti agricoli e naturali, spiega Mariana Amato. […] Mi manca un ultimo passaggio prima di risalire i tornanti che portano alla Salerno-Reggio Calabria. Ne ha fatto cenno D’Orilia, ed è Rosanna Alaggio che ci accompagna. […] Insegna Storia medievale all’Università del Molise, fa parte della fondazione e apre una breccia dalla quale si intravede il ripopolamento come questione di lungo periodo. Il giorno prima di questa visita a Pertosa si è concluso un ciclo di seminari tenuti da Alaggio, a Teggiano, Sassano, Sala Consilina e poi Padula, Auletta e Pertosa. Tema: il Cilento nel Medioevo e in particolare il ruolo del monachesimo italo-greco, bizantino. Le poche fonti superstiti, racconta Alaggio, descrivono un Cilento in gran parte spopolato e fu questa condizione che attrasse alcuni dei personaggi più rappresentativi del monachesimo ispirato a San Basilio, in fuga dalla Sicilia occupata dai Saraceni a partire dal IX secolo. I monaci andavano in cerca di solitudine e di eremi in cui rifugiarsi. E le grotte – Pierino ne contava oltre quattrocento- erano uno degli approdi prediletti. Qui si insediarono praticando l’esicasmo, ossia l’isolamento assoluto dal mondo e dai bisogni della vita materiale, immersi nella preghiera. […] Questo accadde in una prima fase. Poi, però, si andarono formando comunità cenobitiche e i monaci ottennero dai signori longobardi che governavano quelle regioni le risorse per costruire chiese e monasteri, ma soprattutto si videro affidati grandi possedimenti fondiari abbandonati perché li coltivassero. In tutto il Cilento sorsero abbazie, e anche lungo il corso del Tanagro vennero fondati Sant’Arsenio, San Simeone, Sa Pietro al Tamusso, Santa Maria di Pertosa, Santa Maria della Sperlonga a Palomonte e Sant’Onofrio a Petina. […] Intorno all’abbazia di Sant’Onofrio inizio il popolamento di quest’area, accorsero in molti a lavorare nell’abbazia. E da lì e intorno a Santa Maria di Pertosa, nacque l’abitato di Pertosa. Il fenomeno dei nuovi insediamenti suscitati dalle abbazie si ripeté in tante parti del Cilento, al punto che l’ottanta per cento dei comuni a sud del fiume Sele sono stati fondati a partire da insediamenti attratti dalle comunità italo-greche. Risalendo le curve della strada statale delle Calabrie cerco di scorgere l’abitato di Pertosa, ma più si arriva in alto più incombono le nuvole di questa scriteriata estate. Comincia anche a piovere e si allontana dalla vista il profondo anfratto in cui si apre la grotta dell’Angelo e in cui risuona il richiamo al ripopolamento di matrice bizantina avvenuto in età medievale. Alle mie spalle, senza poterlo più vedere, il circuito che tiene dentro le Grotte dell’Angelo, il suolo generoso del Cilento e il multiuso carciofo bianco. E mi sembra che un timbro di ceralacca sigilli le speranze di Francesco D’Orilia e di Pierino Di Blasio in maglietta rossa, il loro sguardo tenace e la potenza generativa che emanano i loro beni culturali.
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