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La grotta, un fiume e un veterinario dantesco
Le grotte di Pertosa ricordano l’Inferno dantesco. Non che qui si dividano i buoni dai cattivi. L’indole è mite e gli ospiti sono sacri e pure benedetti. Ma, per entrare, bisogna attraversare un fiume a bordo di una barca trascinata a mano, grazie a una rete di corde, dalle guide. E questo ricorda l’Acheronte e pure “Caron dimonio, con occhi di bragia”.
E già questo basterebbe per svegliare la curiosità. E, infatti, nel 2017 ben 60mila intrepidi curiosi hanno solcato questo Acheronte buono, che si chiama Negro, per entrare in uno dei complessi sotterranei più curiosi che ci siano in giro. Anzitutto, le grotte di Pertosa sono grandi, tanto estese che non c’è una mappatura completa. E questo non può aumentarne il fascino.
Come quello del fiume, il Negro, che l’attraversa. E chi vuole addentrarsi – novello “Indiana Jones” – lo fa in un percorso accidentato, tra mulinelli d’acqua e spigolose stalattiti e stalagmiti. Uno spettacolo quasi indescrivibile che tocca l’apice quando si arriva alla sorgente. La vita della grotta.
Le grotte di Pertosa sono un tesoro nascosto. Poco vicino scorre quella che una volta si chiamava Salerno-Reggio Calabria e ora si chiama “A2 del Mediterraneo” con centinaia di migliaia di turisti che l’estate corrono verso il mare della Calabria e della Sicilia. E che sfiorano un tesoro a cui si dedica con passione un gruppo di uomini e donne.
“Perché – spiega D’Orilia – conoscere il proprio tesoro è il primo passo per renderlo ancora più ricco.
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