Dialoghi di Storia 2020: ultimo appuntamento

, ,

Dialoghi di Storia è la serie di incontri seminariali nata nel 2018, anno di inizio della collaborazione della professoressa Rosanna Alaggio con la Fondazione MIdA diventandone la curatrice. La professoressa Rosanna Alaggio, docente di Storia Medievale presso l’Università del Molise, chiuderà venerdì 18 dicembre 2020 alle ore 18.00 la speciale edizione online dei Dialoghi di Storia. Dopo aver introdotto i precedenti seminari, approfondirà il tema della “Strategia del controllo territoriale nell’amministrazione federiciana”.

DdS 18 dicembre 2020

Rosanna Alaggio si laurea nel luglio del 1995 in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Salerno, specializzandosi successivamente in Archeologia Medievale presso l’Università degli Studi del Salento. Dopo collaborazioni con varie Università, dall’ottobre del 2008 è professore associato nel ruolo dell’Università del Molise. Ha curato raccolte di documentari del XIII e XIV secolo relativi ad alcune grandi città del Regno di Sicilia (Le pergamene dell’Università di Taranto, Galatina 2004) e ha pubblicato diversi saggi riguardanti la storia della struttura fisica e dinamiche sociali e istituzionali delle principali città dell’Italia meridionale in epoca normanno-sveva (Brindisi, CISAM 2015; Saggi di Storia amalfitana, 2013). Dal 2017 è membro del Comitato scientifico della Fondazione MIdA, ha curato il progetto di cooperazione interregionale “I luoghi del silenzio. Itinerari del monachesimo italo-greco in Campania, Basilicata, Calabria”. Alla base di questo progetto c’è una importante attività di ricerca che ha dato origine alla mostra “Nelle Terre dei Principi. Monaci e comunità italo-greche nel Principato Longobardo di Salerno” e alla pubblicazione “Nelle Terre dei Principi”. Guida agli itinerari italo-greci nella Campania del Sud”.

Vi aspettiamo, quindi, con il prossimo appuntamento dei Dialoghi di Storia Online 2020 sulla pagina Facebook della Fondazione MIdA, oltre che sul sito www.fondazionemida.it.

Scarica il calendario dei Dialoghi di Storia Online 2020

Dialoghi di Storia online: quinto appuntamento

, ,

Giovedì 10 dicembre 2020 alle ore 18.00 saremo di nuovo in diretta con il quinto appuntamento dei Dialoghi di Storia 2020. Il professore Giovanni Cerchia, docente di Storia Contemporanea presso l’Università del Molise, parlerà di “La brigata ebraica e la campagna d’Italia“. Il seminario si concentrerà sulla brigata ebraica formata nel 1944, erede del Palestine Regiment nato in Nord-Africa per contrastare l’Africa Korps di Rommel. Nell’ottobre del 1944 la brigata ebraica arriva in Italia sul versante adriatico affiancando il X Corpo d’armata britannico, diventando parte integrante del più complessivo movimento di lotta al nazifascismo.

DdS 10 dicembre 2020

Giovanni Cerchia, laureato in Scienze Politiche a Napoli, ha conseguito il dottorato di ricerca a Milano nel 1997 e lavorato fino al 2002 presso l’Università degli Studi di Roma «La Sapienza». Dal 2005 è professore associato di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi del Molise, dove è vicedirettore del Dipartimento di Economia e (dal novembre 2017) coordina il Dottorato in Innovazione e Gestione delle Risorse Pubbliche. Dal giugno 2004 al giugno 2006 ha coordinato la raccolta e il riordino del Fondo Pietro Ingrao presso Centro di iniziative e di studi per la Riforma dello Stato (CRS) di Roma, dirigendo poi lo stesso CRS fino al giugno del 2007. È membro del consiglio direttivo dell’Istituto campano per la Storia della Resistenza «Vera Lombardi». Dal novembre 2014 è inoltre componente del collegio dei referees per la peer review di «Scienze e Ricerche» — rivista promossa dall’Associazione Italiana del Libro; partecipa altresì al Comitato editoriale di «Nuovo meridionalismo online». Dal giugno 2017 è componente del Comitato di redazione della rivista «Italiani europei» e del Comitato di presidenza dell’omonima associazione. Nel marzo del 2019 è stato nominato direttore scientifico della Fondazione Giorgio Amendola. Le sue pubblicazioni principali sono dedicate alla storia della sinistra politica italiana nel Novecento e alle vicende della Seconda guerra mondiale nel Mezzogiorno d’Italia. 

Vi aspettiamo, quindi, con il prossimo appuntamento dei Dialoghi di Storia Online 2020 sulla pagina Facebook della Fondazione MIdA, oltre che sul sito www.fondazionemida.it.

Scarica il calendario dei Dialoghi di Storia Online 2020

Dialoghi di Storia online: quarto appuntamento

, ,

La terza edizione di Dialoghi di Storia online continua con il quarto appuntamento sabato 28 novembre 2020 alle ore 18.00. A farci compagnia sarà il Coordinatore dell’Osservatorio sul Doposisma, Stefano Ventura, che ci parlerà dei suoi studi, delle sue ricerche e della sua esperienza legata al sisma del 1980 con il seminario “Irpinia 1980-2020. Storia di una ricostruzione”

DdS 28 novembre 2020

Stefano Ventura (1980) insegna Italiano e Storia nelle scuole superiori. È curatore del focus “Sismografie” di Lavoro culturale e si è occupato della memoria e delle conseguenze storico-sociali del terremoto del 1980 in Campania e Basilicata e delle principali catastrofi naturali della storia italiana recente. Ha pubblicato, tra gli altri: “Non sembrava novembre quella sera” (Mephite, 2010), “Vogliamo viaggiare, non emigrare. Le cooperative femminili dopo il terremoto del 1980” (Edizioni di Officina Solidale, 2013) e ha curato, con Fabio Carnelli, “Oltre il rischio sismico. Valutare, comunicare e decidere oggi” (Carocci, 2015) e ad agosto 2020 ha curato “Terremoto 20+20. Ricordare per ricostruire” (Edizioni MIdA). È uscito da qualche settimana per Rubettino il suo ultimo libro “Storia di una ricostruzione. L’Irpinia dopo il terremoto.”

Il terremoto del 23 novembre 1980 ha diviso in due la storia di centinaia di migliaia di persone e di decine e decine di paesi e città. Il quarantennale è l’opportunità per tracciare un quadro complessivo degli eventi, dei problemi e delle storie individuali e collettive che hanno caratterizzato la ricostruzione successiva al sisma. La ricognizione affronterà vari percorsi; alcuni di questi sono più attenti a periodi definiti cronologicamente, ad esempio indagando la memoria dell’evento e il rapporto tra sopravvissuti,
trauma e forme del ricordo, oppure la gestione dell’emergenza, i soccorsi istituzionali e il ruolo del volontariato. Altri approfondimenti, dunque, riguarderanno il lungo periodo della ricostruzione attraverso alcuni temi come la politica a vari livelli amministrativi, la sfera urbanistica della ricostruzione e il quadro economico degli interventi per lo sviluppo, fino alle questioni più attuali della Strategie Nazionale per le Aree Interne e dello spopolamento dell’Appennino meridionale. La storia della ricostruzione sarà illustrata con il supporto delle voci dei protagonisti, dei dati e delle cifre, di alcuni casi esemplari e utili alla comprensione e ponendo interrogativi aperti a future ricerche e progetti.

Vi aspettiamo, quindi, con il prossimo appuntamento dei Dialoghi di Storia Online 2020 sulla pagina Facebook della Fondazione MIdA, oltre che sul sito www.fondazionemida.it.

Scarica il calendario dei Dialoghi di Storia Online 2020

Dialoghi di Storia online: terzo appuntamento

, ,

Continuano gli appuntamenti online della terza edizione di Dialoghi di Storia: venerdì 20 novembre 2020 alle ore 18.00 sarà quindi la volta del professor Roberto Parisi, professore associato di Storia dell’Architettura presso l’Università degli Studi del Molise. Il titolo del seminario è Piccole città senza storia. “Centri minori” e “aree interne” nell’Italia meridionale tra Ancien Régime e Prima Repubblica“.

Dialoghi di Storia_20 novembre 2020

Roberto Parisi ha svolto attività di ricerca presso enti pubblici e università in Italia e all’estero. Ha approfondito temi di storia dell’architettura, storia del paesaggio, storia urbana e di iconografia della città dell’età moderna e contemporanea, con particolare riguardo all’architettura di carattere produttivo e alle infrastrutture storiche del territorio. Già vicepresidente dell’Aipai (Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale), attualmente è membro del Comitato Scientifico sul Patrimonio dell’Architettura del XX secolo in seno a ICOMOS Italia, del Consiglio Scientifico del Centro Interdipartimentale di Iconografia della città europea dell’Università di Napoli “Federico II”, del Consiglio Direttivo dell’associazione nazionale RESpro (Rete di storici per i paesaggi della produzione). Fa parte del Comitato di Direzione della rivista OS. Opificio della storia, pubblicata in open access sulla piattaforma SHARE Riviste dell’Università di Napoli “Federico II”.

Il seminario, partendo dalle politiche e dalle azioni promosse nel corso dell’ultimo decennio per risolvere la profonda crisi socio-economica e culturale che investe i centri abitati dell’Italia interna, intende soffermarsi sui criteri che hanno orientato le pratiche di riconoscimento storico-testimoniale e di patrimonializzazione di borghi e paesi del Mezzogiorno interno dalle prime “Inchieste” pubblicate sull’einaudiana Storia dell’arte italiana fino alla più recente mostra documentaria sull’“Arcipelago Italia” esposta alla Biennale di Architettura di Venezia.

Vi aspettiamo, quindi, con il prossimo appuntamento dei Dialoghi di Storia Online 2020 sulla pagina Facebook della Fondazione MIdA, oltre che sul sito www.fondazionemida.it.

Scarica il calendario dei Dialoghi di Storia Online 2020

Dialoghi di Storia online, edizione 2020

, ,

Il primo appuntamento in diretta.


In questo difficile anno sono stati tanti i cambiamenti che ognuno di noi ha dovuto affrontare nella propria vita, e anche per la Fondazione MIdA molte cose sono cambiate e molte con forza e volontà si sono organizzate seguendo altri schemi, altre modalità. Tra queste l’iniziativa Dialoghi di Storia, che giunta alla sua terza edizione, diventa virtuale.

Dopo il successo del primo ciclo di seminari tenutisi nel 2018 e di una versione anche outdoor del 2019, i Dialoghi di Storia Online 2020, organizzati dalla Fondazione MIdA e curati dalla professoressa Rosanna Alaggio, affronteranno, grazie a esponenti del mondo accademico, vari periodi storici, con uno sguardo sempre attento al futuro, alle vocazioni e all’identità del nostro territorio.

Calendario Dialoghi di Storia 2020

Si parte il 20 ottobre 2020 alle ore 18.00 con la dottoressa Adele Lagi, Responsabile Area archeologia Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino, nonché Direttore del Museo Archeologico Nazionale “M. Gigante” e del Parco Archeologico di Buccino, e il seminario dal titolo “La pietra di roccia: terremoto, archeologia urbana e storia di una città”.

Adele Lagi_20 ottobre 2020

Di seguito un breve abstract del suo intervento:

La Soprintendenza Archeologica di Salerno Avellino e Benevento diede inizio ad un intervento di tutela a Buccino, dai giorni immediatamente successivi al disastroso evento sismico del novembre 1980, nell’area di S. Stefano dove, a seguito di uno sbancamento per la collocazione di prefabbricati per i senzatetto, era emersa una vasta area di necropoli con tombe databili tra il VII e il IV secolo a.C. Questo fu solo l’inizio di un’opera di tutela messa in atto mediante il controllo di tutte le attività di ricostruzione. In particolare tale attività si concentrò nel centro storico che, come era già noto dalle fonti, corrispondeva all’antica città di Volcei. Fu individuata e messa in atto una strategia di archeologia urbana che ha portato alla realizzazione di un parco archeologico urbano nel centro storico e che, insieme all’indagine archeologica nel territorio, ha permesso la progettazione di un Parco diffuso sul territorio e del Museo archeologico di Volcei e del territorio. Il presente intervento, oltre a esporre i risultati dell’azione di tutela messa in atto, vuole illustrare gli aspetti tecnici, scientifici e decisionali che sono stati alla base di tali risultati.

Vi aspettiamo, quindi, con il primo appuntamento dei Dialoghi di Storia Online 2020 sulla pagina Facebook della Fondazione MIdA, oltre che sul sito www.fondazionemida.it.

Scarica il calendario dei Dialoghi di Storia Online 2020

Il ponte di Campestrino: un esempio di ingegneria

, ,

Un sistema di ponti.

Fatto costruire nella seconda metà del 1700 da Ferdinando IV di Borbone, il ponte di Campestrino (o Campostrino, com’è comunemente chiamato) è una costruzione che denota una certa capacità ingegneristica. Oltre al ponte vero e proprio si può parlare di un sistema di ponti, che scavalca la gola di Campestrino verso i comuni di Auletta e Pertosa. Prima di giungere al ponte, infatti, ci sono da percorrere cinque tornanti, di cui tre sostenuti da strutture portanti.

Dal ponte di Campestrino verso i tornanti.

La costruzione.

La costruzione dell’opera si inserisce in un più ampio progetto di bonifica del Vallo di Diano affidato all’ingegnere Pollio, che a sua volta diede l’incarico del ponte ad un suo progettista. Costui immaginò di tagliare, anziché aggirare, il burrone di Campestrino: la prima parte dell’opera fu però la realizzazione dei tornanti, che consentissero di superare il dislivello di altezza. La seconda parte del progetto fu la realizzazione del ponte vero e proprio, composto da archi e contrafforti che lo rendessero il più possibile solido, in maniera tale da scavalcare la gola.

I tornanti sono sostenuti da dei poderosi terrazzamenti in muratura, di cui tre presentano al centro un arco; se visti dal basso, due sono perfettamente allineati tra di loro quasi a formare un cannocchiale. Il ponte invece, lungo settanta metri, si eleva su un burrone di notevole profondità ricoperto da fitta vegetazione. Affacciandosi dall’alto non si riesce a vedere il fondo della gola, mentre sia a destra che a sinistra le pareti rocciose scendono giù a strapiombo. Il ponte ha sette contrafforti per lato, quattordici in tutto, alternati a degli archi in maniera tale da assicurare solidità e resistenza. In tutto le arcate sono ventisette.

Notizie storiche del ponte.

Un illustre studioso locale, Vittorio Bracco, che tanto ha contribuito alla scoperta della storia del Vallo di Diano, così descrive la costruzione del ponte di Campestrino. “A Polla fu in quel periodo tutto un affluire di militari, di forzati e di maestri forestieri addetti alla costruzione della strada che, subito dopo la salita della Molinara appartenente a Caggiano, imboccava il nostro tenimento mettendo a dura prova la fibra delle squadre con la faticosa opera del ponte gettato sul burrone e delle 9 giravolte necessarie per superare lo sprone di Campestrino.” (V.Bracco, Polla. Linee di una storia, Cantelmi, Salerno, 1976).

Foto di Vincenzo Raimondo. https://www.facebook.com/Vito.Panzella1/photos/a.1466383803662438/2172061483094663/?type=3&theater

La costruzione del ponte, cominciata nel 1785, costò una cifra spropositata per l’epoca, ossia seicentomila ducati. Si dice che quando nel 1788 Ferdinando IV venne a controllare lo stato dei lavori, si lamentasse molto sia dell’itinerario scelto sia della somma di denaro versata. Le critiche furono tali e tanti che il progettista del ponte si suicidò, lanciandosi nel vuoto dallo stesso ponte che aveva costruito. La notizia è riportata da Giuseppe Albi-Rosa, scrittore di Polla autore di un volume sul Vallo.  

L’Osservatore degli Alburni sulla Valle del Diano“, G. Albi-Rosa, Napoli 1840.

Le Grotte di Pertosa-Auletta nella storia

, ,

Il primo “turista”: Leandro Alberti

Nella storia le Grotte di Pertosa-Auletta e l’abitato di Pertosa sono state descritte più volte da viaggiatori e studiosi che hanno attraversato il Vallo di Diano. La prima descrizione, quella più antica, risale al 1526 ed è opera del teologo Leandro Alberti, che percorse tutta l’Italia annotando nel suo libro ciò che vedeva.

Passato la Pola, comincia la valle di Diano. Vero è, che fra l’Auletta, et detta valle di Diano (ch’è oltre l’Auletta due miglia) vi è a man destra della via una Spelonca dalla natura fatta sotto l’alto, et sassoso monte 30 piedi alta, et 50 larga, nel cui mezzo vi è uno scoglio, sopra il quale è un altare posto all’Arcangelo S. Michele consacrato, ove alcuna volta se gli dice Messa. Da ogni lato di detto altare veggonsi le chiare acque correre, tal che vi pare intorno un lago. Quivi sentesi un gran rimbombo fatto dall’acqua nell’entrata, che fa nel prefato Laghetto, impingendo ne’ sassi. Casca poscia essa acqua per la bocca della spelonca, et strabocchevolmente scendendo per li sassi, cagiona grandissimo strepito, insino che ella è giunta nella molto cupa valle, avenga ch’è picciola. Et quivi principia il fiume Negro molto grande per tanta abbondanza d’acqua. Ritrovandomi quivi sì come curioso, volsi intendere il principio, et origine di tanta abbondanza d’acqua, che esce da detta Spelonca, da gli habitatori del paese, da i quali mi fu accertato quella derivare da un picciolo Lago, che si ritrova nel principio della valle di Diano, di quindi poco più di due miglia discosto, o poco meno, che per un sotterraneo cuniculo quivi passa.” (“Descrittione di tutta l’Italia”, Leandro Alberti, 1546).

I biografi del Regno di Napoli

Qualche secolo dopo è Lorenzo Giustiniani, erudito e biografo del Regno di Napoli, a stilare una precisa descrizione di Pertosa. “Pertosa, in Principato Citeriore, in diocesi dei Benedettini della Cava, distante da Salerno miglia 38 in circa, è un paese diviso in tre piccioli casali, abitati da circa 700 individui. Il luogo è di mal’aria, ma abbondante di olivi. E’ celebre la voragine, ove profonda il Tanagro: e che dopo il corso di due miglia con istraordinario rumore sbocca da una grotta, che dicesi appunto la Pertosa, dell’altezza di palmi 50 e 30 di larghezza giusta la misura che ne prese l’Alberti. Vi si vede un’edicola all’Arcangelo S. Michele intitolata, e che forse fecero i Cristiani apporla all’antica usanza di ergere delle are a’ fiumi stessi […] (“Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli di Lorenzo Giustiniani a Sua Maestà Ferdinando IV re delle Due Sicilie”, Napoli 1804).

Anche Giuseppe Maria Alfano, incisore, dedica nel 1823 a Pertosa e alle Grotte alcune righe della sua opera.

“Pertosa, casale sulla strada regia che conduce alle Calabrie, d’aria mala, Diocesi della Trinità della Cava, feudo di Parisani. Produce grani, granidindia, legumi, frutti, vini, oli. Vi è una grotta alta più di 50 palmi e larga 30, ove il fiume Tanagro detto il Nero entra nella valle di Diano vicino la Polla; profonda in una voragine, e dopo il sotterraneo corso di poco più di due miglia, sbocca con gran rumore in questa grotta, in cui si vede un Altare di S. Michele. Fa di popolazione 750.”(“Istorica descrizione del Regno di Napoli”, G. M. Alfano Napoli 1823)

Le esplorazioni scientifiche

Il 1800 vede anche il viaggio di tre botanici nei territori del Vallo, che raccontano così la loro esperienza.

Da Auletta dirigendoci alla Polla passiamo il Negro su piccol ponte di pietra, e dopo mezza ora di cammino, stringendosi sempre più la vallata, ci troviamo sull’alto della rupe, donde il Tanagro sboccando si precipita in bellissima cascata, le cui limpide onde alto spumeggiano frangendosi tra quegli erbosi macigni. A renderne più spettacoloso l’effetto, a destra di essa, diverse altre cascatelle scendono dal monte, una delle quali impegnasi ad animare un molino. Quel luogo è detto la Pertosa, e dà il nome all’osteria sulla strada, ed al villaggio del prossimo monte.”(“Viaggio in alcuni luoghi della Basilicata della Calabria Citeriore”, L. Petagna, G. Terrone. M. Tenore, 1827)

Gli scrittori autoctoni: Giuseppe Albirosa

La descrizione più poetica delle Grotte di Pertosa-Auletta è, però, quella di Giuseppe Albirosa di Polla, autore di un volumetto sul Vallo.

Fermati, o passaggiero, al maestoso aspetto della Grotta di San Michele”. Così sembra imponente al guardo de’ viandanti la scura facciata del concavo Tempio fra Pertosa e Polla. E’ esso veramente che offre le prime osservazioni pel Vallo di Diano. Circondato da pochi alberi di ramosi querci sulla riva del Tanagro si scovre una vasta Caverna a piedi del monte intagliata, che guarda imminente la Consolare Aquilia all’opposto di detto Fiume. Sì l’è degna di osservarsi. Bella più si scovre a primavera, quando fra l’ombre degli annosi rami il sole riflette sua luce animatrice delle acque che perennemente vi scorrono alle volte di quei muschiosi burroni. Allor più non vi alloggia la moltitudine di augelli della notte, che amica del silenzio e delle ombre vi accorre a trovar rifugio fra le fissure del concavo macigno. Allora in vece de’ funesti canti del barbuto gufo e dell’immonda civetta risuonano i dolci concerti del gorgheggiante usignolo e del melodico lucarino. […] Giunto poi all’entrata si osserva un ponticello alto non più che 9 palmi, per dove scendendo si entra nella maestosa spelonca. Qui si vede quasi un sol pezzo di concavo macigno che naturalmente ricovre a volta il piano pavimento della pietra istessa. A dritta dell’entrata, quasi al mezzo di essa resta un’ara innalzata al culto dell’Arcangelo Michele, che dà nome allo speco medesimo, ove si erge la statua di questo Santo, e pare che il venerando terrore di Religione più serva ad accrescere quello del luogo. Ed in questo punto si dice, che fosse rimasto fino allo scorso secolo un busto di Apollo nascosto fra macigni. A sinistra poi dell’entrata si scovre il volume delle acque, che àn sorgiva dall’ultima scura volta, ove l’antro si va restringendo, ed ivi l’onde abbandonano lo strepitoso mormorare, e trascorrendo con imponente silenzio annunziano la profondità del letto, che sempre più si va scavando.“(“L’Osservatore degli Alburni sulla Valle del Diano” Giuseppe Albi-Rosa, Napoli 1840)

Gli storici: Racioppi di Lagonegro

L’ultima descrizione è da parte di uno storico di Lagonegro, Giuseppe Racioppi, arrivato nel Vallo di Diano per studiare gli effetti del terremoto del 1857, che così descrive Pertosa e le Grotte.

Questa parte del Citerior Principato, che stringendosi a bacino vien detto del Vallo, si addossa all’altro di Marsico nella Basilicata, onde il divide la schiena degli Appennini, e il Calore interseca allagando per gittarsi nel Sele fin là presso a Polla, ove ei s’ immette in una buca, per due miglia si asconde, poi si sprigiona dal cavo di una rupe appo Pertosa, che ne ebbe il nome”. (“Sui tremuoti di Basilicata nel dicembre 1857”, in “L’Iride”, a.2, n.41. Napoli 1858, G. Racioppi)

Il sito palafitticolo nelle Grotte di Pertosa-Auletta

, ,

Il contesto

Moduli abitativi replicabili all’infinito, eco-sostenibili e di facile manutenzione. Materiali bio, plastic-free, riutilizzo creativo e impatto zero. L’ultima tendenza in fatto di abitazioni? No, un sito palafitticolo di circa 3500 anni fa.

Gli uomini del Bronzo medio

All’incirca 3500 anni fa gli uomini che vivevano di pastorizia, attirati dal grande ingresso naturale, scoprirono le Grotte di Pertosa-Auletta. Il luogo piacque loro, e decisero di stabilire lì la loro dimora. L’unico problema era, però, la presenza del fiume sotterraneo, che rendeva difficile una permanenza stabile. L’acqua avrebbe infatti ostacolato attività quali l’accensione del fuoco o una permanenza prolungata. Come risolvere tale situazione?

La grotta vista dall’interno. Ricostruzione.

La soluzione: i Moduli

Si adottò una soluzione semplice e contemporaneamente complessa: si infissero dei pali di legno di rovere, detti “ritti“, nel letto del fiume. Successivamente sui “ritti” si posero delle travi di legno dette “correnti“, unite tra di loro con un gioco di incastri a formare una sorta di cornice. Esse fungevano da supporto per le “traverse“, pali più piccoli che riempivano la cornice formando dei moduli base di forma quadrata. Tali moduli, replicati, costituirono infine un’unica superficie. Questa tecnica costruttiva consentì innanzi tutto alla piattaforma di avere maggiore stabilità, e poi permise una manutenzione molto più facile. La sostituzione di un eventuale pezzo danneggiato divenne infatti più semplice, scongiurando il pericolo di crolli improvvisi. Anche il monitoraggio della piattaforma ne trasse beneficio: più moduli erano controllabili con maggiore efficienza rispetto ad un unico modulo grande.

Uno spaccato delle Grotte con l’estensione della piattaforma. Ricostruzione.

Il perfezionamento

Al di sopra di questa piattaforma si stese uno strato di “isolante“: ramoscelli, arbusti di ginestre, foglie secche, che formarono una sorta di cuscinetto. Su di esso si costruì una “pavimentazione” vera e propria in argilla, che consentì l’accensione del fuoco e le attività della vita quotidiana. Su questo pavimento infine si realizzarono le capanne per gli uomini e i ricoveri per gli animali. Questo complesso di costruzioni formò il sito palafitticolo che gli archeologi oggi hanno ritrovato, la cui ricostruzione è in mostra al Museo Speleo-archeologico di Pertosa.

Particolare dell’interno delle Grotte con le costruzioni. Ricostruzione.

La contemporaneità

Corsi e ricorsi storici: la tecnica dei moduli abitativi replicabili è molto usata dall’architettura contemporanea, da quella giapponese (la Nakagin Capsule Tower) a quella americana (le micro-case) o svedese (i moduli IKEA). Piccole unità abitative replicabili che possono essere variate a piacimento e dalla facile manutenzione. E pensare che i primi ad inventare una tecnica simile indossavano pelli di capra e vivevano in una grotta.

Viaggiare in epoca romana. La Regio-Capua

, , ,

La Regio-Capua

Il 132 a.C. è una data importante per il Vallo di Diano: segna la fine della costruzione della Regio-Capua, ossia la strada consolare romana che portava da Reggio Calabria a Capua e che attraversava il Vallo di Diano. Una delle testimonianze più interessanti riguardanti la sua costruzione si trova nel cosiddetto “lapis Pollae”, ossia un cippo di epoca romana rinvenuto a Polla. È una sorta di pietra miliare in cui sono incise le distanze da percorrere per raggiungere Nocera, Capua ed altre località toccate dalla via consolare. L’autore è sconosciuto, ma si vanta sia della costruzione della strada sia di aver introdotto l’agricoltura in quelle terre.

https://www.turistavagamondo.it/2017/12/07/polla-salerno-viaggio-alla-scoperta-dellantica-viabilita-nel-vallo-diano-della-lapis-pollae-antica-epigrafe-romana-latino-incisa-lastra-marmo/

La Tabula Peutingeriana

La via “ab Regio ad Capuam“, chiamata anche via Popilia o via Annia, era una via di estrema importanza: fu percorsa dal poeta romano Lucilio, da Cicerone e da Caligola, giusto per citare alcuni nomi. Era riportata su una delle mappe più famose dell’antichità, la cosiddetta Tabula Peutingeriana, che mostrava tutto l’impero romano e le strade che lo attraversavano. Fu rinvenuta nel 1507 da Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I, come copia medievale dell’originale romano. Lunga quasi sette metri, tale mappa era composta da undici “riquadri” (segmenta) cuciti tra loro sui quali era rappresentato tutto il mondo conosciuto, che andava dall’Africa alla Cina. Deve il suo nome al secondo proprietario, Konrad Peutinger, un diplomatico tedesco vissuto tra la fine del ‘400 e la prima metà del ‘500. Aprendola e individuando la zona di interesse era possibile, capire l’itinerario di un possibile viaggio, le distanze, la presenza di mari o fiumi lungo il cammino e le soste. Gli autogrill sull’autostrada di oggi un tempo erano le stazioni di posta romane, o mansiones, che si dividevano in due tipologie. Una, le mansiones appunto, erano delle semplici aree di sosta presenti lungo il cammino. L’altra, le mutationes, erano i luoghi ove si potevano cambiare i cavalli.

http://luciodp.altervista.org/scuola/storia/mappe/peutingeriana.html

Il tragitto

Se un visitatore dell’antichità avesse voluto, ad esempio, raggiungere il Vallo di Diano da Eburum, ossia Eboli, avrebbe aperto la Tabula, guardato l’itinerario e capito che l’unica “stazione di servizio” era ad Silarum, cioè sul fiume Sele. Il luogo corrisponde all’attuale uscita autostradale di Campagna. Dopodiché, dopo aver cambiato i cavalli, avrebbe proseguito il suo viaggio per Acerronia – Auletta – e Pertusia – Pertosa – passando per le Nares Lucaniae, l’attuale Scorzo. Non esistendo ancora il ponte di Campestrino – dicitura corretta di Campostrino- sarebbe passato da Caggiano per poi ridiscendere. Allo stesso modo, continuando il viaggio, avrebbe incontrato Forum Annii (Polla), Atina (Atena), Forum Popilii (verso Sala Consilina), Marcellianum (dov’è oggi il Battistero di San Giovanni in Fonte), Cosilinum (Padula), Tegianum (Teggiano), Sontia (Sanza).

La Regio-Capua proseguiva poi per Reggio Calabria attraversando Castrovillari (Caprasia), Cosenza (Consentia), Vibo Valentia (unione di Vibona e Hipponium, poi Valentia) e Scilla(Scyllaeum). Dalla parte opposta, invece, la strada partiva da Santa Maria Capua Vetere per puntare su Nola (Nola), Palma Campania (Ad Teglanum), Nocera (Nuceria) e Salerno (Salernum).

Stelle di David in cieli di roccia

,

“Come sopra, così sotto”.

250 metri di roccia calcarea che fungono contemporaneamente da cielo e terra. In superficie, da un lato, la sommità della montagna è il “pavimento” su cui corre il nastro d’asfalto di un’autostrada; dall’altra parte, in basso, la stessa montagna è una volta ornata di stalattiti che abbraccia le Grotte di Pertosa-Auletta. Da un lato camion, autobus e automobili, dall’altro nulla, solo un maestoso silenzio. L’unico rumore che si sente è il ritmico tambureggiare di goccioline d’acqua che cadono giù dalla volta di questo tempio geologico. La Grande Sala infatti, ornata di merletti calcarei e alabastro, nulla fa trapelare del frastuono esterno. In questo mondo alieno l’uomo è solo uno spettatore. O forse no? Tra concrezioni e stalattiti, che crescono nei due sensi in maniera complementare (“come sopra così sotto” dicevano gli alchimisti), ecco però spuntare alcune stelle di David: tracciate a penna, perfettamente leggibili, scritte con forza su una pagina di pietra. “Un simbolo senza popolo per un popolo senza simboli“. Sotto un numero, e accanto ad esse un nome.

La Grande Sala.

Testimonianze dal passato.

Fa una certa impressione vedere stelle di David nelle Grotte di Pertosa-Auletta: lo si diceva prima, ci si trova in un altro mondo, eppure quei segni fatti a penna evocano immediatamente tempi lontani e oscuri. Sono la tangibile prova che per un periodo di tempo l’uomo è riuscito a portare anche qui se stesso e i suoi conflitti, le sue ansie e le sue paure, le sue speranze e i suoi progetti. In questo caso, si è difronte all’immagine più evocativa degli ultimi settant’anni.

Storia delle stelle di David.

La stella, o scudo, di David non è, in realtà, il simbolo degli Ebrei. Furono i nazisti, cucendo sulle divise dei giudei la stella gialla a sei punte, ad “abbinare” questa figura all’ebraismo. E se sullo sterminio del popolo ebraico tanto si è detto e scritto, poco si sa degli ebrei che presero parte attiva al conflitto; e furono parecchi. Basti pensare che circa 30.000 volontari ebrei palestinesi si paracadutarono dietro le linee tedesche per assistere gli Alleati: scopo di questa missione era “fornire […] informazioni di intelligence e alleviare le sofferenze degli ebrei europei sotto il dominio tedesco“. Altri, in numero imprecisato e sparsi un po’ in tutta Italia, si rifugiarono insieme alle comunità di appartenenza in ricoveri di fortuna come cantine o, per l’appunto, grotte.

Particolare di una delle stelle.

Esempi nella Storia.

Come accadde a Tora e Piccilli, in provincia di Caserta. Le grotte del luogo furono utilizzate dai cittadini per mettere in salvo gli ebrei napoletani dallo sterminio nazista, e ogni anno lì si commemora questa circostanza. Stessa cosa accadde nelle grotte sotterranee dell’Ucraina dell’Ovest, le cosiddette grotte “del Cura” (Grotta del Prete), ove 38 ebrei tra i 2 ed i 76 anni scamparono per 511 giorni alla crudeltà nazista, una storia riportata alla luce nel 2002 dalle ricerche di un americano.

I bombardamenti.

Non è ancora chiaro se le stelle di David nelle Grotte di Pertosa-Auletta stiano a significare la presenza di vittime o di soldati. La tradizione popolare e le numerose firme presenti sulla roccia raccontano di una comunità abbastanza numerosa che ha vissuto lì sotto per un determinato periodo. Le notizie storiche dicono che tutta la zona nel 1943 è stata bombardata: il 9 settembre un bombardamento alleato contro le difese tedesche di Kesselring si concentrò sulla linea Auletta-Rogliano. Un altro bombardamento, tra il 16 e il 19 settembre dello stesso anno, prese di mira la linea Auletta-Potenza. Non si hanno prove certe della presenza di ebrei locali nei campi di internamento nelle vicinanze, né sono state tramandate fonti scritte su questa vicenda. Le uniche notizie arrivate a noi sono le stelle di David, alcune firme e un nome particolare, Jakob Spier. Anche di lui si ignora ogni cosa. Altra particolarità, quel 462 che appare sotto una delle stelle. E’ troppo corto per essere uno dei numeri che stavano a indicare gli ebrei nei campi di sterminio; è più probabile che sia invece il numero del battaglione a cui appartenevano gli ebrei rifugiatisi lì sotto.

Alcune firme sulle pareti delle Grotte di Pertosa-Auletta. Si possono notare le date, 1944 e 1945, al di sotto dei nomi.

Il monito delle stelle di David.

Oltre alle stelle d’inchiostro e alle firme vi è anche una frase in ebraico. Alcuni israeliani, in visita alle Grotte, l’hanno tradotta, e più o meno dice “Questa valle è bella, ma quella che ci aspetta lo è ancora di più“. Non sappiamo se quelle persone abbiano poi ritrovato la valle dei loro sogni. Sappiamo per certo, però, che quelle firme sono ancora lì, sentinelle vigili che ci ricordano che quella che per noi oggi è una piacevole escursione, un tempo era la difficile e necessaria soluzione per sopravvivere.

La frase in ebraico.